Autorità, colleghe e colleghi, ospiti tutti,
sono passati trentacinque anni dalla legge 82 del 1991 e venticinque dalla 45 del 2001.
Sorvolo sugli aspetti tecnici di queste normative che, vista la platea, trovo superflui da illustrare. Voi le conoscete. Le avete vissute. In molti casi le avete costruite, giorno per giorno, nella pratica quotidiana. Voglio parlare di altro.
Partiamo da quello che questo sistema ha rappresentato per la storia della nostra Nazione. Perché sarebbe disonesto, oltre che ingrato, cominciare dalle criticità senza riconoscere prima la grandezza di ciò che è stato fatto. Nel 1991, mentre Cosa Nostra preparava la stagione stragista con i suoi picchi di orrore, lo Stato italiano ebbe il coraggio di scommettere su uno strumento nuovo, difficile, controverso: offrire protezione a chi sceglieva di parlare.
Era una scommessa tutt’altro che scontata. Significava gestire uomini che avevano sangue sulle mani — a volte molto sangue. Significava costruire un rapporto fiduciario con chi aveva trascorso una vita intera dall’altra parte.
Eppure funzionò. Le donne e gli uomini di questo sistema — investigatori, funzionari, operatori del Servizio Centrale di Protezione — si trovarono a gestire collaboratori dal calibro di Giovanni Brusca, l’uomo che aveva premuto il telecomando di Capaci. Figure che avrebbero potuto distruggere ogni cosa con una parola sbagliata, una fuga, un ripensamento. Invece no. Il sistema tenne. Tenne grazie alla professionalità di chi ci lavorava dentro, spesso nell’ombra, spesso senza riconoscimento pubblico, sempre con una responsabilità enorme sulle spalle. Quei collaboratori hanno consentito processi che hanno scritto la storia giudiziaria italiana. Hanno smontato organigrammi criminali che sembravano invulnerabili. Hanno dato un nome e un volto a stragi che rischiavano di restare senza risposta. Questo non lo dimenticheremo mai. E chi ha reso tutto ciò possibile — chi ha gestito quelle persone, chi ha garantito quella protezione, chi ha tenuto in piedi quel sistema in anni in cui fare antimafia significava rischiare la vita — merita oggi il riconoscimento che gli spetta.
Ma c’è un’altra storia, dentro questa storia. Più silenziosa. Più scomoda da raccontare. Insieme ai collaboratori — chi aveva scelto la mafia e poi l’aveva tradita — il sistema si trovò a gestire una figura completamente diversa: il testimone di giustizia. Una persona che nella mafia non c’era mai entrata o che ne era stata addirittura vittima. Che non aveva commesso nulla ma che a volte aveva anche subito. Che si era semplicemente trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato, aveva visto, sapeva, e aveva scelto — a costo di tutto — di dirlo. Anche persone, soprattutto operatori economici, che hanno denunciato ciò che avevano subito ed hanno scelto di collaborare con le Istituzioni per recuperare e riaffermare la propria libertà. Per anni, queste persone furono trattate con gli stessi strumenti pensati per i collaboratori. Stessa logica. Stesse procedure. Stesso destino. Immaginate cosa significasse entrare nel Sistema dell’epoca, basato esclusivamente sul principio della mimetizzazione. Ciò significava automaticamente abbandonare il luogo d’origine, perdere la propria identità, gli affetti familiari, l’attivitá lavorativa e, in qualche caso, finanche la scissione dei nuclei familiari più intimi (padri/figli).
E se quella era una persona che nella mafia non c’era mai entrata, c’è chi in quel mondo ci nasce e una scelta non l’ha mai potuta fare: i bambini e i ragazzi cresciuti dentro le famiglie mafiose, nella cultura della violenza e dell’appartenenza, senza aver commesso nulla. Per troppo tempo li abbiamo guardati come futuri mafiosi. Sono, prima di tutto, minori che crescono in famiglie maltrattanti. E come tali vanno protetti.
I passi avanti ci sono stati — e sono stati importanti.
La legge 45 del 2001, baluardo di civiltà, riconobbe finalmente la specificità del testimone di giustizia, distinguendolo dal collaboratore. La legge 6 del 2018 riaffermerà un principio rivoluzionario rispetto al 1991: chi denuncia ha il diritto di restare ancorato alla propria vita, al proprio lavoro, alla propria terra. Quella mimetizzazione forzata che per anni era stata l’unica risposta disponibile divenne, finalmente, extrema ratio. Ma dobbiamo avere l’onestà di dire che quei passi sono stati fatti sulle spalle di chi, nel frattempo, stava già pagando. Ogni riforma è arrivata dopo. Sempre dopo qualcuno.
E se c’è un terreno su cui oggi possiamo finalmente provare ad arrivare prima — e non, come è sempre accaduto, dopo — è quello dei figli che nella mafia non hanno scelto di nascere.
Vengo al punto che mi preme di più e che riguarda direttamente il lavoro della Commissione. La Commissione centrale ex art. 10 legge 82/91 esercita una funzione qualificata esplicitamente come discrezionale. Non è una macchina automatica. È un organo chiamato a valutare, ponderare, decidere. E quella discrezionalità — questo è il punto — è tanto più ampia quanto più ampio è il fine che la norma persegue: permettere a chi denuncia di non stravolgere la propria vita in modo irrecuperabile o di recuperare quello che ha perso. La Commissione parlamentare antimafia ha il compito — prescritto dalla propria legge istitutiva — di verificare proprio questo: non solo che le norme esistano ma che la discrezionalità che quelle norme riconoscono venga utilizzata per garantire i diritti, per tutelare le persone. Non per gestire pratiche.
Ed è con questo sguardo che guardo a “Liberi di scegliere”, il progetto nato nel 2012 dal giudice Roberto Di Bella, prima a Reggio Calabria e poi a Catania: oltre duecento minori tutelati, una trentina di madri accompagnate fuori da quei contesti, sette di loro diventate testimoni o collaboratrici di giustizia. La stessa figura, lo stesso coraggio, lo stesso sistema di protezione di cui celebriamo oggi trentacinque anni. Quell’esperienza non poteva restare un protocollo affidato alla sensibilità di un singolo magistrato o di un singolo territorio: per questo è oggi una proposta di legge, depositata alla Camera, bipartisan. Perché un diritto, per essere tale, deve essere uguale per tutti ed esigibile da tutti. È esattamente il passaggio di cui parlavo: dalla discrezionalità alla garanzia.
Trentacinque anni fa questo sistema nacque in un momento di emergenza assoluta e fece cose straordinarie.
Venticinque anni fa imparò — con ritardo e non senza resistenze, ma imparò — a distinguere tra chi aveva scelto la mafia e chi aveva scelto la verità.
Oggi ha strumenti normativi impensabili nel 1991 ma gli strumenti valgono quanto chi li usa. Gli errori del passato non vanno rimossi, vanno tenuti vivi come debito. Come monito che obbliga chi viene dopo a fare meglio. La lotta antimafia non vuole né eroi né vittime: vuole uno Stato che mantenga le proprie promesse.
Perché accanto alla repressione e alla collaborazione c’è una terza via: la libertà. La libertà di scegliere chi essere, dove andare, come crescere. E ogni ragazzo che esce da quel mondo è la sconfitta più profonda della mafia — quella culturale: la smentita vivente della sua pretesa di riprodursi all’infinito, di generazione in generazione.
La Commissione Antimafia è qui per garantire che quella promessa non resti solo parola. Grazie.







